TRENTO — Non basta un contratto di lavoro per vivere con dignità se la città chiude le porte all’abitare. È questo il grido d’allarme lanciato da oltre 15 lavoratori stranieri — titolari di un permesso di soggiorno con protezione speciale ed ospiti della struttura di via al Fersina — che si sono uniti spontaneamente e si sono presentati alle porte della Cgil per rivendicare il proprio diritto a una casa e non finire per strada.

Ci troviamo di fronte a un cortocircuito drammatico: persone che rispondono al bisogno di manodopera del nostro territorio, ma che si scontrano con un mercato privato dell’affitto del tutto blindato e discriminatorio.

Le storie: lavoratori essenziali per il territorio, ma invisibili per il mercato abitativo

Dietro i numeri ci sono i volti e i sacrifici di chi ogni giorno contribuisce all’economia locale:

  • Said Oussalem (33 anni) e Hamza Chihab (24 anni), entrambi d’origine portoghese, lavorano per la stessa impresa edile trentina: «Il mio capo conosce la mia situazione e sta cercando di aiutarmi a cercare casa, ma non ci riesce», racconta Said. Gli fa eco Hamza: «Troppo difficile parlare ora di prospettiva. So solo che la città qui è troppo cara rispetto allo stipendio».
  • Bilel Horchani (28 anni), tunisino, lavora come operaio metalmeccanico a Mezzocorona: «La mia famiglia non sa che vivo alla Fersina. Non posso dire loro che non ho una casa».
  • Abdelghafour Elouaar (26 anni) e Hsnain Raza (30 anni), arrivati dal Marocco e dal Pakistan, condividono la stessa determinazione: «La nostra forza è rimanere uniti e non presentarci da soli, ma mettendoci la firma su questa lotta».
  • Mahassen (22 anni) e Noureddine Rqigi (37 anni), anche loro uniti al gruppo per difendere il proprio futuro.
  • Rida Belhay (27 anni), lavoratore edile che ogni giorno fa il pendolare: «Vado oggi giorno su e giù da Merano. Poi mi sposterò a Bolzano. Mi occupo di piccoli lavoretti negli edifici pubblici, ora abbiamo il cantiere in una scuola. Ho studiato sia all’Università in Tunisia e poi in Canada… La mia famiglia non sa che vivo alla Fersina: non posso dire loro che non ho una casa. Non posso proprio, si preoccuperebbero».
  • Amin, lavoratore a Rovereto in un distributore di benzina, e Said, installatore della fibra ottica a Povo come lavapiatti, che denunciano il degrado e il sovraffollamento: «Ho cercato 5 volte all’agenzia immobiliare. Ho cercato anche solo una stanza, ma qui all’affitto non ci arrivi».

A loro si uniscono altri lavoratori impiegati nelle pulizie, nella vigilanza e nel settore dei servizi. Tutti si trovano nella stessa identica condizione: contratti regolari, stipendi certi, ma zero risposte abitative.

 

 

 

«I ragazzi che assistiamo sono regolarmente impiegati sul nostro territorio e rispondono al bisogno di manodopera delle imprese locali. Tuttavia, quando devono lasciare la struttura, il sistema li abbandona: non c’è casa. Questo crea un cortocircuito drammatico: se si perde la casa, si rischia di perdere anche il lavoro. È necessario un cambio di rotta che tuteli le persone sia in quanto lavoratori, ma soprattutto in quanto cittadini. » Maja Husejic, referente Cgil per la tutela dei lavoratori migranti dentro e fuori il sistema accoglienza

 

E’ necessaria l’apertura immediata di un tavolo di confronto con le istituzioni locali, le categorie economiche e le agenzie immobiliari. Non si possono accogliere le persone solo come forza lavoro stagionale o d’emergenza per poi abbandonarle quando si tratta di garantire loro una vita dignitosa. Il diritto all’abitare è il pilastro della coesione sociale e della tenuta del lavoro sul nostro territorio.

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